
Il prof. Costantino (Uniba): «La vera sfida è costruire modelli capaci di tenere insieme competitività, sostenibilità, identità territoriale e responsabilità sociale»
Se fosse una produzione cinematografica (il primo amore di Aurelio De Laurentiis), sarebbe un finale ad effetto. Il gotha del diritto sportivo mondiale, con una incredibile coincidenza temporale, si riunisce proprio a Bari per discutere su azionariato popolare e, soprattutto, multiproprietà. Il 6 giugno, nell’Aula Aldo Moro dell’Università degli Studi di Bari, si terrà l’International Sports Law Conference dedicata al tema “Between Multi-club Ownership and Popular Shareholding”. Filo conduttore dei lavori le nuove sfide della governance dei club calcistici. Promossa nell’ambito del master in Diritto Sportivo e Management dello Sport dell’Università di Bari e in collaborazione con la Rex Sport Association, avvocati ed esperti internazionali del diritto sportivo, dopo Istanbul e Bangkok, si riuniranno in una città frastornata dalla tegola retrocessione in parte figlia del vizio originale: la multiproprietà. Ad organizzare l’evento, il professor Domenico Costantino, direttore del master Uniba, insieme all’avv. Ettore Mazzilli, presidente della Rex Sport Association.
Prof. Costantino, in quale direzione sta andando il calcio moderno?
«Ci sono fenomeni che lo stanno trasformando profondamente. Da un lato abbiamo la multi-club ownership, cioè la proprietà o il controllo di più società calcistiche da parte di uno stesso gruppo economico; dall’altro i modelli di azionariato popolare, o più in generale di partecipazione dei tifosi alla vita del club, temi solo apparentemente tecnici perché in realtà toccano questioni decisive: trasparenza della governance, integrità delle competizioni, sostenibilità economica delle società sportive, rapporto tra investitori, tifosi, istituzioni e territori».
Pregi e difetti della multiproprietà? A Bari dire che l’istituto non ha convinto è un eufemismo...
«Può offrire opportunità importanti: maggiori investimenti, sviluppo dei giovani calciatori, internazionalizzazione dei club, condivisione di competenze manageriali e tecniche. Tuttavia pone anche interrogativi delicati: quali limiti devono essere posti per evitare conflitti di interesse? Come si tutela l’equilibrio competitivo? Quali garanzie servono affinché due club riconducibili allo stesso gruppo non alterino la correttezza delle competizioni?».
Lei nel 2018 fece parte della Commissione che valutò le offerte giunte per acquisire il titolo sportivo del Bari. Il vostro fu un lavoro di “scrematura” delle proposte da sottoporre poi al vaglio dell’allora sindaco Antonio Decaro. Cosa non ha funzionato?
«Ritengo che le decisioni debbano essere lette nel contesto in cui vengono assunte. In quel momento storico il Bari veniva da un fallimento dolorosissimo e il compito della Commissione era valutare proposte serie, credibili e in grado di garantire continuità, solidità economica e una ripartenza immediata. La decisione finale, naturalmente, spettava al sindaco. Al di là delle ricostruzioni che nel tempo si sono diffuse nel dibattito pubblico, non tutte le proposte presentate possedevano i requisiti necessari per poter essere considerate valide e, dunque, esaminabili. Le valutazioni sono state quindi effettuate sul ristretto numero di progetti validamente presentati, sulla loro sostenibilità e sulle garanzie concretamente offerte».
In quel momento era la scelta giusta, dunque?
«Credo che quella scelta abbia funzionato nella fase dell’emergenza e della ricostruzione: il Bari è stato salvato, è tornato rapidamente nel calcio professionistico, recuperando stabilità societaria. Ciò che invece ha mostrato i suoi limiti nella fase successiva alla ricostruzione è il modello di governance della multiproprietà».
E ora?
«Una piazza come Bari vive il calcio come una parte della propria identità collettiva: la maglia biancorossa, lo stadio, rappresentano memoria, appartenenza e legami familiari che si tramandano di generazione in generazione. Se quel progetto iniziale, dopo la fase della ricostruzione, non è riuscito a proseguire nella direzione auspicata e la gestione, con i limiti della multiproprietà, ha condotto il Bari all’attuale situazione, è giusto prenderne atto e lasciare spazio a chi possa credere realmente nel club, nella sua crescita, nel suo interesse sportivo e nel suo futuro, riconoscendone il valore di squadra rappresentativa di una comunità, della sua storia e della sua identità».
Un calcio sempre più orientato al business non mortifica ciò per cui sopravvive: la passione dei tifosi?
«Il calcio moderno è sempre più attraversato da logiche finanziarie, industriali e internazionali. I club non sono più soltanto società sportive radicate in una comunità locale: sono anche asset economici, marchi globali, piattaforme di investimento e soggetti inseriti in reti internazionali. Questo cambiamento non va demonizzato, ma deve essere governato. La sfida non è opporre il calcio romantico al calcio degli investitori. La vera sfida è costruire modelli di governance capaci di tenere insieme competitività, sostenibilità, identità territoriale e responsabilità sociale».
In questo percorso qual è il ruolo che potrebbe ritagliarsi l’azionariato popolare?
«Rappresenta un modello diverso, fondato sul coinvolgimento dei tifosi e della comunità. Non deve essere letto come una formula nostalgica o puramente simbolica. In alcuni ordinamenti europei, la partecipazione dei tifosi ha assunto un ruolo importante nella struttura dei club e nel controllo delle scelte societarie. Naturalmente, anche questo modello richiede equilibrio. La passione dei tifosi è un valore straordinario, ma deve essere accompagnata da competenze manageriali, regole chiare e sostenibilità economica. Non basta dire “partecipazione”: bisogna capire come quella partecipazione possa tradursi in responsabilità, trasparenza e buona amministrazione».
Multiproprietà e azionariato popolare sono due modelli contrapposti o possono convivere?
«Sono modelli molto diversi, ma entrambi pongono una domanda comune: chi governa il calcio e nell’interesse di chi? La multi-club ownership guarda alla dimensione degli investimenti, della crescita internazionale e dell’efficienza economica. L’azionariato popolare richiama invece il tema dell’identità, della comunità e del legame tra club e tifosi. Il punto è comprendere quali regole servano per evitare abusi e valorizzare gli aspetti positivi di ciascun modello».
Perché organizzare questo confronto a Bari?
«Bari è una città con una forte tradizione sportiva e una crescente proiezione internazionale. L’Università degli Studi di Bari, attraverso il master in Diritto Sportivo e Management dello Sport, vuole contribuire alla formazione di competenze qualificate in un settore che oggi richiede professionalità sempre più specialistiche. Portare a Bari un confronto internazionale su questi temi significa valorizzare il territorio, rafforzare il legame tra università, professioni e istituzioni, e inserire la Puglia in una rete scientifica e culturale più ampia».
La sfida dei prossimi anni?
«Costruire un calcio più moderno, ma anche più responsabile. Un calcio capace di attrarre investimenti senza perdere credibilità; di crescere economicamente senza sacrificare l’identità dei club; di innovare i modelli di governance senza dimenticare che i tifosi non sono semplici consumatori, ma parte essenziale della storia e del futuro delle società sportive».
GdM

