Il nostro dialetto... Patrimonio inestimabile...

In questa sezione diamo libero spazio alla fantasia ed alle curiosità di tutti i fratelli biancorossi.

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pìero
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Re: Il nostro dialetto... Patrimonio inestimabile...

Messaggio da pìero »

La vocale (e) ha una funzione importante nell’idioma barese. La (e) si pronuncia nei seguenti casi:

a) Quando cade su di essa l’accento principale della parola. Esempio: tèrre (terra), bellèzze (bellezza), dialètte (dialetto), ndeghelètte (leccornìa).
b) Quando è termine di parola accentata. Es.: sapè (sapere), percè (perché), Taratè e Trattè (Dorotea).
c) Quando è lettera iniziale di parola: Es.: egghie (olio), ecchie (occhio), ere (aia).
Però è accentata, quando è preceduta da un articolo o da un’altra vocale (“i” e “u” prostetica) . Es.: u u-ègghie (l’olio), iègghie (olio), l’ècchie (gli occhi), n’ècchie (un occhio), m-mènz’a ll’ère de Carvenàre (nella grande piazza di Carbonara dove una volta era l’aia per trebbiare il grano).
Spesso la “e” iniziale che fa sillaba atona si elide o si muta nella vocale “a”: Mìglie (Emilio; si scrive anche Emìglie), dugazziòne (educazione), Arrìche (Enrico), vangèlìste (evangelista), arròre (errore), asàtte (esatto, giusto), ecc.
d) Quando è terza persona singolare del presente indicativo del verbo essere “è” (si scrive anche “iè” con la vocale “i” protetica - aggiunta di una vocale all’inizio di una parola; Esempio di “è” e di “iè”: Munne è state, munne iè e mmunne av’a ièsse (Mondo è stato, mondo è, e mondo sarà), Iè o nonn-è? Iè! (È o non è? È!).
e) Quando è congiunzione. Esempio: Iàcque e ssole (Acqua e sole).

Tutte le altre “è” non accentate che fanno parte di un vocabolo o nome proprio hanno un suono indistinto, semimute come la “e” muta francese e non può essere eliminata perché rende sonora e vocalizza la consonante cui è connessa, perciò è necessario all’elisione e alla contrazione di altre vocali come per esempio nella seguente parola: rennenèdde (rondinella). La sua omissione, interna o finale di parola, comporterebbero una grafia illeggibile: rennenèdde “rnnnèdd” (rondinella), fremmenànde “frmmnànd”(fiammifero), Petresenèlle“Ptrsnèll” ('Petrosinella'), descetàmece “dsctàmc” (svegliamoci).
Parimenti se la “e” semimuta è sostituita con un apostrofo (’) come in alcuni testi che hanno trattato il vernacolo e, soprattutto, nelle pubblicazioni di poesie dove la grafia è un vero guazzabuglio: r’nn’nèdd’, fr’mm’nànd’, P’tr’s’nèll’, d'sc'tàm'c' la lettura diventa veramente ostica.
Uniche eccezioni dove non è inserita la (e) finale semimuta, è nelle parole straniere, in laps (matita), appìzza laps (temperamatite) e in datz ca (datosi che).
La regola è la seguente: «Si deve sempre tener conto che la “e” semimuta è pur sempre un suono, benché poco distinto, quindi è obbligatorio scriverla sia nel corpo, sia a fine vocabolo».
Qualunque parola che pronunciamo, la voce posa su una vocale (accentata). L’accento può stare in fondo al vocabolo, nell’ultima sillaba ed è distinta come tronca: ddà (là), nù (noi), iè (è), Marì (Maria), acchiò (trovò), cafè (caffè).
La parola di due sillabe, che porta l’accento sulla penultima si dice piana e come in italiano non si accenta salvo se non è scritta con la (e) tonica «è», con le (i) accentati «ì», «ìi», «iì» e con le (u) accentata «ù», «ùu»: pane (pane), sale (sale, sali), frate (fratello), pèpe (pepe), bève (bere), sèmbe o sèmme (sempre), zìte (fidanzato, sposo), mìire (vino), iìdde (lui), iùscke (brucia, piccante), dùurme (dormi); ecc.
La parola piana, composta di più sillabe, in barese è obbligatoria accentare la penultima sillaba: canessciùte (conosciuto), giagànde (gigante), fercìne (forchetta), mammarànne (bisnonna), arrechessciùte (arricchito), vammàsce (bambagia). La parola piana, se è composta di più di due vocali, si accenterà la vocale tonica anche quando non è scritta con la vocale (e) muta finale. Es.: Ciànna Ciànne (Gianna Gianna, Giovanni Giovanni), Vìdua vìdue (Vedova vedova), scìuua scìuue (gioco frequentato dai ragazzi, i quali si lasciano scivolare lungo il corrimano di una scala).
Se l’accento cade sulla terzultima sillaba, è indicato come sdrucciola; nel dialetto barese le parole sdrucciole, oltre ai seguenti vocaboli: fèmmene (femmina), iòmmene (uomo), màghene (macchina), lepòmmene (uomo lupo, licantropo), scettùscene (testuggine, tartaruga), felìscene (fuliggine), felòsefe (filosofo) ecc., si trovano nei verbi di modo indicativo presente della 1ª e 3ª pers. pl.: ièsseche (esco), ièssene (escono).
Modo indicativo imperfetto della 3ª pers. pl.: cadèvene (cadevano), mangiàvene (mangiavano).
Modo congiuntivo imperfetto della 1ª, 2ª e 3ª pers. pl.: sapèsseme (sapessimo), sapìisseve (sapeste), sapèssere (sapessero), ecc.
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la giuggiola
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Re: Il nostro dialetto... Patrimonio inestimabile...

Messaggio da la giuggiola »

SEI ARRIVATO TARDI QUESTA LEZIONE è STATA GIà FATTA.
Il promettere è un debito che si ripaga col mantenere
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pìero
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Re: Il nostro dialetto... Patrimonio inestimabile...

Messaggio da pìero »

la giuggiola ha scritto:SEI ARRIVATO TARDI QUESTA LEZIONE è STATA GIà FATTA.
:oops: scusa, quel giorno stavo malato è non sono venuto ha scquola.
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marilu.de letteriis
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Re: Il nostro dialetto... Patrimonio inestimabile...

Messaggio da marilu.de letteriis »

pieroska..........6 stato estremamente esaustivo...
il problema del nostro-come x tutte le lingue-dialetto è la parte fonetica...purtroppo non si possono disgiungere le due cose...
cioè scrutto e orale....
potremmo kiedere a Rips se è possibile aprire 1 tpc ank audio...
ma so già la risposta....
oppure si potrebbe aprire qualcosa su youtube..ma io non ne sono capace...cmq...davvero complimenti x l'impegno e la passione......
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Re: Il nostro dialetto... Patrimonio inestimabile...

Messaggio da pìero »

marilu.de letteriis ha scritto:pieroska..........6 stato estremamente esaustivo...
il problema del nostro-come x tutte le lingue-dialetto è la parte fonetica...purtroppo non si possono disgiungere le due cose...
cioè scrutto e orale....
potremmo kiedere a Rips se è possibile aprire 1 tpc ank audio...
ma so già la risposta....
oppure si potrebbe aprire qualcosa su youtube..ma io non ne sono capace...cmq...davvero complimenti x l'impegno e la passione......
grazie a te marilu
ma dimmi.....tu hai risolto il problema audio del tuo pc?
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marilu.de letteriis
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Re: Il nostro dialetto... Patrimonio inestimabile...

Messaggio da marilu.de letteriis »

prego pieroska....
non ho risolto il problema...
mò il 26 mio figlio Pepè si laurea e poi verrà a casa 1 giorno solo x me ed il pc...
me l'ha tolta la skeda audio e non ho capito xkè :oops:
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pìero
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Re: Il nostro dialetto... Patrimonio inestimabile...

Messaggio da pìero »

Anche se in ritardo posto qualcosa riguardo la "vescìgghie de San GGiuànne".

I baresi, per festeggiare “San GGiuànne” (Veglia di San Giovanni) organizzavano tavolate all’aperto, canti, balli, scherzi e scenette improvvisate dai soliti “scegguannàre” (buontemponi). Con anticipo gli stagnini si davano da fare a produrre trombette di latta ricavate dagli avanzi delle loro lavorazioni. Uno di questi era il lattoniere Medicamento con la “pettè” (bottega) in Via Principe Amedeo, 36 “facce m-bbrònde” (dirimpetto) alla scomparsa Chiesa Carrassi.
I cartolai, da parte loro, preparavano lampioncini e trombette fatte di cartone con un gran fiocco di strisce di veline colorate. I ragazzi davano il via alla tradizione strombazzando per le strade della città. Tradizione legata all’ingenuo rito barese della leggenda di San Giovanni che, per tre giorni e tre notti, aveva “pegghiàte u sènne capesòtte” (aveva preso sonno profondamente).
Nei giorni che precedevano il 23 giugno, per la città circolavano carretti colmi di frutta di stagione e ogni venditore ambulante aveva il grido appropriato per la merce a vendere.
Ciliegie: “Chiangìte peccenìnne c’av’assùte la cerasèdde” (Piangete bambini, eccovi le ciliegie).
Albicocche: “Tocche e nnon docche / Hann’amatràte le vremecòcche / La chezzàle d’abbàssce a ccase / Le tène toste e nno le tocche” (Tocca e non tocca / Sono mature le albicocche / La contadina sotto casa mia / Le ha dure e non le tocca).
Pesche: “Uèèèèè, le fèmmene / Honn’assùte le prequèche / Spìirde sande iìnd’a la mènde / Frutte nève iìnd’a la vènde” (Alè donne / Sono mature le pesche / Spirito santo nel pensiero / Frutto nuovo nella pancia).
Angurie: “Melùne a vvambe de fuèche. Melùne de Brìnnese. A pprove le melùne. Ce nonn-è rrusse no m’u pagàte. Menìte: mangiàte, bevìt’e lavàdeve la facce” (Angurie a vampe di fuoco. Angurie di Brindisi. A prova le angurie. Se non è rosso non me lo pagate. Venite, venite: mangiate, bevete e lavatevi la faccia).
Fioroni: “San GGiuànne, pìgghie chelùmm’e ammìne n-ganne” (San Giovanni, mangi fioroni in quantità).
Non mancavano i venditori di “lemenàte” (granite di limone), gassose “A bbèvere ch’è gilàte, la gazzòse. Defresckàdeve le canarìle, chi vo bèvere la gazzòòòse” (A bere che è ghiacciata, la gazzosa. Rinfrescatevi la gola, chi vuol bere la gazzosa) e acquaioli “Iàcque e ànese, chi vo bèvere?” (Acqua e anice, chi vuol bere?); giravano per le vie creando un’atmosfera di festività che culminava la notte di San Giovanni.

IL SGRANATÒRIE DE LA VESCÌGGHIE
Il menù della vigilia consisteva in “U ccrute” (frutti di mare): “cozze ggnore” (mitili); “allìive” (piccole seppie che non sono ‘gli alunni’ come hanno scritto i “giarganesi”, in un volume sulla cucina barese de «La Repubblica», “e quànd’àlde fessarì ca stonne scrìtte”); “pulpe rizze de pète” (polpi di scoglio arricciati); “mussce” (arche di Noè), “taratùffe” (tartufi di mare) e “alìsce” (alici). “Meggneuìcchie che la recòtta mazzàdeche che le còdeche de puèrche” (Cavatelli di semolone con ricotta marzotica con le cotiche di m****e) o “vremecìidde a la Sangiuannìidde” (vermicelli alla ‘Sangiovannino’), “pèssce n-garròzzeca sò le cazzavùne” (lumache condite con origano, spicchi d’aglio e olio), “malàndre fritte de le pulpe” (ghiandole del nero fritte dei polpi, una leccornìa tutta barese), “fragàgghie” (misto di pesci per frittura), “presùtte cargh’a ppèpe e tagghiàte a la barèse” (prosciutto crudo tagliato a tocchetti con abbondante pepe), “fiùre de checòzze fritte” (fiori di zucchini fritti), “nzalatìire de pemedùre frìscke, caresìidde, rafanìidde e cepòdde rosse d’Acquavìve” (insalatiera di pomodori freschi, caroselli, ravanelli e cipolle rosse di Acquaviva delle Fonti) conditi con olio extravergine di oliva.
La frutta: “melòne d’àcque, cudde russe tenùt’o friscke iìnd’o galettòne chìine d’àcque e che na sbarre de ghiàcce” (cocomero rosso rinfrescato in una tinozza piena di acqua e con una sbarra di ghiaccio); “vremecòcche” (albicocche); “precuèche” (pesche); “ceràse” (ciliegie); “prune” (prugne) e “chelùmme a sfazziòne” (fioroni in gran quantità).
“U mmìire iève cudde ggnore e ttèste” (vino nero alta gradazione), in fresco sempre nel “galettòne”. Per ultimo un bicchierino di “noscìne” (nocino) dell’anno precedente. Questi, infatti, perché avesse efficacia, doveva essere preparato proprio nel giorno di San Giovanni e non più tardi (con ventisette noci verdi ed altri ingredienti che solo le donne di Bari Vecchia sanno). Un digestivo «miracoloso» per i dolori di stomaco.
Sui terrazzi, sui balconi, per le strade, dinanzi agli usci dei bassi (“settàn’a la strate”), nelle corti e nei vicoli della città vecchia; parenti, amici, compari e conoscenti si radunavano attorno a una mensa per trascorrere una serata in piacevole compagnia e allegria.
“Iòsce mangiàm’a credènze / A pagà pò se pènze” (Oggi mangiamo a credito / A pagare poi si pensa). “A mangià vène u guste / A pagà vène la suste” (Mangiare è piacevole / Pagare è spiacevole). “San GGiuànne av’a prevedè”.(San Giovanni provvederà). “A ccì non vole l’ècchie da fore” (A chi non vuole, gli occhi fuori dalle orbite; chi è invidioso si maceri dalla rabbia).

La vescìgghie de San GGiuànne (Seconda parte).

LA NOTTE DE LA VESCÌGGHIE

Luci e musica protagonisti indispensabili per la buona riuscita della veglia. Lampioncini colorati di carta trasparente alla veneziana illuminati da una candela (più tardi sostituita da una lampadina elettrica) pendevano sulle teste dei commensali. Poi briosi concertini con “catàrre” (chitarra), “mandellìne” (mandolino), “regonètte” (organetto), “lazzarìne” (triangolo sonoro di metallo), “tammerrìidde” (tamburello) che improvvisati interpreti, si esibivano in brani dialettali baresi o maggiormente in voga.
Così, tra un ballo e una canzone, piattoni di maccheroni fumanti e “zzule de triùsche” (recipienti di terracotta colmi di vino) sparivano in un batter d’occhio. Arrivati poi ai fioroni, tutti in coro, accompagnavano la musica cantando: “U pèssce tunne tunne / U-ammenàme iìnd'o chelùmme. / U chelùmme amar'amàre, / U-ammenàme iìnd'o panàre. / U panàre trechelòre, / Tu sì fìgghie a menzeggnòre. / Menzeggnòre se chiàme Giuànne: / San GGiuànne, San GGiuànne, pìgghie chelùmme e ammìne n-ganne” (Il pesce tondo tondo / Lo gettiamo nel fiorone / Il fiorone amaro amaro, / Lo gettiamo nel paniere. / Il paniere tricolore, / Tu sei figlio al monsignore. / Monsignore si chiama Giovanni: / San Giovanni, San Giovanni mangi fioroni in quantità).
Quindi, via i tavoli per dare spazio al ballo, tarantelle, valzer e quadriglie, quest’ultima, la più reclamata perché richiedeva la partecipazione di tutti e un finale denso d’ilarità. Al sopraggiungere del fidanzato di qualche ragazza, tutti quelli che sapevano della relazione tra i due giovani, accompagnandosi con la chitarra, attaccavano: “Mamme u zìte vène, mbò, mbò, mbò” (Mamma il fidanzato si è presentato, mbò, mbò, mbò). La madre della ragazza, se vedeva di buon occhio la relazione, rispondeva canticchiando: “Pìgghie la sègge e ffàuue assìte” (Prendi la sedia e fallo sedere), altrimenti taceva, e il giovane capiva se era ben accetto o doveva battere in ritirata.

LE UAGGNÈDDE DA MARDÀ
La vigilia di San Giovanni era particolarmente propizia anche a pronosticare matrimoni. Le ragazze, quelle da marito, traevano auspici per il loro futuro di spose preparando “la vendùre” (il futuro). Il sistema non era per niente semplice. Si prendeva un piombino tolto dalla canna da pesca del padre o vicino ai sacchi di farina. Posto in un cucchiaio, lo si faceva fondere e lo si gettava ormai liquefatto, in un recipiente d’acqua fredda. Il piombo si solidificava assumendo varie forme, simili a barca, a libro, a martello, ad una zappa, un traino, una pantofola, un’auto, ecc. Da queste figure, le ragazze immaginavano chi sarebbe stato il loro futuro marito e il mestiere che avrebbe praticato, cioè, se sarebbe stato ricco o povero, artista o soldato, contadino o marinaio, medico o professore, impiegato o avvocato, commerciante o proprietario. Per lo stesso scopo si usava l’albume o il rosso d’uovo versato in un bicchiere d’acqua. Un altro metodo, meno conosciuto, per indovinare il futuro era preparato con le fave. “La uaggnèdda vacandì” (la ragazza nubile) prima di coricarsi, prendeva tre fave: “iùne che la scorze” (una con la buccia), “iùne sènza scorze” (la seconda senza) e “iùne levàte u nase” (la terza senza nasello).
Con la mano a pugno chiuso prendeva le tre fave e le metteva sotto il cuscino. Subito dopo faceva il segno della croce e recitava le orazioni: Tre Pater Noster, tre Ave Maria e tre Gloria Padre e si addormentava. Il mattino seguente, prima di levarsi da letto, ripeteva le orazioni seguite da: “San GGiuànne benedìtte, famm’acchià na sorta ricche” (San Giovanni benedetto, fammi trovare un futuro ricco). Da sotto il cuscino e, con gli occhi chiusi, prendeva una delle tre fave. Se era con la scorza, “u zìte avèv’a ièsse vestùte” (ricco). Se era senza nasello, “u zìte avèv’a ièsse mìinz’e mmìinze” (un marito metà ricco, metà povero). Se, invece, aveva preso la fava senza guscio “u zìte avèv’a ièsse a la nùte” (povero).

La vescìgghie de San GGiuànne (Terza parte)

LE RAGAZZE RESPINTE

Altra usanza nella magica notte di San Giovanni era la serenata che si doveva rispettare con due regole fondamentali. Quando tutti dormivano nessuno doveva disturbare il «fine» cantante altrimenti volavano pugni e, non di rado, coltellate. Il fidanzato ascoltava i «professionisti» della serenata (in quell’epoca ce n’erano parecchi, tra questi c’era lo zio di mio padre che sonava il violino, “zì Lanàrde” (zio Leonardo), non vedente dall’età di dieci anni) e andava sotto il balcone dell’amata. Nel silenzio della notte, nell’oscurità e nella quieta delle strade addormentate, le chitarre e i mandolini attaccavano e il cantante «ricamava» le melodie d’amore più belle. Erano per lo più cantate in dialetto barese, ma il finale era riservato alla raffinatezza del bel canto di allora: «La serenata Silvestri».
La fidanzata finalmente sporgeva appena il viso dalla persiana socchiusa e il cuore del fidanzato fremeva, mentre la voce del cantante diveniva più romantica, più cesellatrice. Spesse volte però, la serenata era cantata “a sckattìgghie” (a dispetto) perciò, la morbosa curiosità richiamava l’attenzione di passanti e d’invisibili “sedetùre” (inquilini) nell’attesa dello scoppio della “bbumme” (bomba) che, parole taglienti, lasciavano presagire...il «rumoroso» evento. Se il canto conteneva parole affilate o similari, allora la “bbumme” scoppiava e il fuggi fuggi diveniva generale. I suonatori mettevano in salvo gli strumenti e gli astanti si allontanavano impauriti dal lampeggiare delle lame di coltello. Altrettanto minacciose si mostravano scope e paletti nelle mani delle donne coperte alla meglio con la rabbia di colpire quello che fu un ex amore tramutatosi in odio. In simili circostanze poteva verificarsi il caso comico dovuto all’indispettito inquilino del primo piano svegliatosi di soprassalto. Il poverino prendeva con decisione “u u-arnàle” (l’orinale) pieno d’urina lanciando il contenuto su gli indemoniati accalcatisi dentro e fuori del portone. Dalle bocche dei colpiti si potevano aspettare «fiori» verbali all’indirizzo dell’incauto definito, in tanti modi, offensivi.
Altra costumanza di quella notte di San Giovanni era la passeggiata fuori città dopo l’abbuffata, per bere “l’àcque de Criste” (l’acqua di Cristo) dalle polle sorgive lungo la costa del “felòscene” (filosofo) dove non era stato ancora costruito il Lungomare Nazario Sauro e, precisamente, di fronte all’attuale palazzo della III Regione Aerea. Andavano a bere l’acqua per le sue qualità purgative. Dopo pranzi del genere, si sentiva la necessità di «purificarsi».
Un’altra credenza era, chi nasceva nel periodo tra la Vigilia di San Giovanni e il giorno di San Pietro e Paolo, era destinato a diventare strega o stregone. Questa strana superstizione, inventata nella notte del santo cristiano, dominata dalla presenza delle streghe si consolidò nel medioevo attraverso racconti e leggende popolari di varie zone del territorio nazionale ed estero.

NUOVE USANZE

Da festa tipicamente familiare la veglia di San Giovanni si era trasformata in manifestazione organizzata perdendo in spontaneità e colore. Nel 1903 e 1904, la benemerita associazione di «Pubblica Assistenza» volle nobilitare la tradizione e organizzò la veglia di San Giovanni in Corso Cavour nella piazza e nel mercato in ferro (“Fìirre fuse”, zona oggi occupata dall’edificio della Banca d’Italia) con balli, concerti bandistici, lotterie, giochi di vario genere. Il successo conseguito consentì agli organizzatori di arricchire il programma negli anni successivi fino ad arrivare al 1908 dove la veglia si svolse al Molo San Nicola e nell’interno del «Circolo Canottieri Barion». Ma era organizzata anche da altre associazioni come il Circolo «Lawn Tennis» poi «Skating Tennis Club» alle spalle della Camera di Commercio in Via Quarnaro.

LA PIEDIGROTTA

Dal 1930 in poi e anche, dopo la parentesi della 2ª guerra mondiale, molti anziani baresi certamente ricorderanno le nutrite manifestazioni che consisterono suppergiù in: Notte veneziana con serenata a mare su imbarcazione, lotteria gastronomica, festival della canzone popolare barese, l’albero della cuccagna a mare, gare di ballo, di pattinaggio a rotelle, di ciclo-furgoncini, corsa nei sacchi e altre gare umoristiche come quella dei camerieri che dovevano correre recando su un vassoio una bottiglia piena di acqua, bicchieri e cucchiaini senza farli cadere. Più ricca di numeri e di partecipazione fu il programma nel 1946 indetto: dall’«E.N.A.L.», l’Ente Provinciale del Turismo, «Circolo della Vela», comitato Pugliese della «F.I.N.» e con la cooperativa «Pescatori». Gara fra imbarcazioni a vela di pescatori, torneo di nuoto per velocità m. 200, competizione popolare di nuoto a stile libero m. 100, gare di voga a 2 e a 4 rematori, palo del Saraceno a mare, tiro alla fune, corsa nei sacchi, sfilata di carri allegorici e di barche meglio illuminate, pesca a premio assicurato, gran mandolinata a mare, concertone di strumenti popolari, concorso fra orchestrine dilettanti, balli all’aperto, elezione della «divetta» 1946, festival della canzone dialettale «Piedigrotta Barese», ripresa dopo sedici anni, ma già l’anno dopo rientrata nell’oblìo. La manifestazione durò per ben dieci giorni dal 21 al 30 giugno e si svolse nell’intera zona della rotonda del Lungomare Nazario Sauro.
In un’altra zona popolare della città per alcuni anni, dal 1947 sino alla metà degli anni ’50, Via Manzoni e Via Abate Gimma arrivando nei pressi di Via Roberto da Bari, Giuseppe Maraglino, devoto di San Giovanni Battista (coadiuvato dal comitato rionale) organizzò un nutrito programma dalla sera del 22 al 24 giugno. Una sfarzosa illuminazione e, un palco innalzato in Piazza Risorgimento per la musica, allietò il numeroso pubblico non solo del rione. Mentre la statua del Santo fu deposta su un magnifico altare sorto in Via A. Gimma angolo Via Manzoni. La manifestazione vide, inoltre, la partecipazione della banda musicale ove fu deposta la statua del Santo apostolo. Vi partecipò la banda musicale «San Nicola» diretta dal m° Giove, la bassa musica di Turi, cuccagna gastronomica e gara podistica di mezzo fondo.
Cose d’altri tempi. Delle antiche veglie è rimasto solo il ricordo, mentre grandi sforzi si sono fatti in questi ultimi anni grazie all’entusiasmo e all’iniziativa della IX Circoscrizione «San Nicola-Murat», «ANSPI Odegitria-Cattedrale», «Acli E.N. Dalfino», Circolo Arciragazzi «La Corte», con la partecipazione, del «Teatro Kismet», e molte famiglie di Bari vecchia, che hanno preparato e offerto ai partecipanti: “meggneuìcchie che la recòtta mazzàdeche”, “nu becchìire de mìire”, scorpacciate di “chelùmme”, giochi e spettacoli musicali e d’intrattenimento per far rivivere l’antica veglia di “San GGiuànne”.
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Re: Il nostro dialetto... Patrimonio inestimabile...

Messaggio da marilu.de letteriis »

pieroska c'ho messo mezz'ora a leggere...ma ne è valsa la pena!.
se fosse stato vivo mio padre glielo avrei fatto leggere...
sicuramente ti avrebbe abbracciato virtualmente....
io invece....... :kiss: ........quanta passione traspare!
forse domani mi portano 1 libro fresco fresco su Bari....
è 1 sorpresa...vefre vedre...
p.s.auguri..Sande Piìte!
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Re: Il nostro dialetto... Patrimonio inestimabile...

Messaggio da elcid »

Piedigrotta Barese 1^ puntata
a cura di Vito Signorile

durata del video 15'30''

http://rtgpuglia.homeip.net/tg/SafhfTFn.wmv
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Re: Il nostro dialetto... Patrimonio inestimabile...

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marilu.de letteriis ha scritto:pieroska c'ho messo mezz'ora a leggere...ma ne è valsa la pena!.
se fosse stato vivo mio padre glielo avrei fatto leggere...
sicuramente ti avrebbe abbracciato virtualmente....
io invece....... :kiss: ........quanta passione traspare!
forse domani mi portano 1 libro fresco fresco su Bari....
è 1 sorpresa...vefre vedre...
p.s.auguri..Sande Piìte!
grazie marilu.
sono contento di averti regalato qualche minuto di piacevole lettura.
sarebbe stato un onore per me essere abbracciato dal tuo vekkio....adoro i vekki e li rispetto perchè dobbiamo a loro se io e te, ormai non più giovanotti, sappiamo qualcosa della nostra amata Bari e tocca a noi dare seguito a quello che ci hanno insegnato trasmettendolo a nostra volta a chi ci sta vicino.

ricambio il tuo :kiss: ringraziandoti ancora per gli auguri.
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Re: Il nostro dialetto... Patrimonio inestimabile...

Messaggio da marilu.de letteriis »

:D pieroska..................
elcid.....non se vède nùde...mè e dai....fallo funzionare,,,
p.s. pieroskino..tengo da scrivere 1 testo stupendo...
''Le sgagliozze''....ma devo riavere gli okkiali sennò gli okkietti miei se ne vònne pe le fàtte lòre!
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elcid
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Re: Il nostro dialetto... Patrimonio inestimabile...

Messaggio da elcid »

marilu.de letteriis ha scritto::
elcid.....non se vède nùde...mè e dai....fallo funzionare,,,
Per poter vedere il video bisogna cliccare sul link è in automatico si avvia Windows Media Player. Se non si avvia ... apri Windows Media Player ed inserisci il collegamento in File --> Apri Url inserisci il collegamento ( http://rtgpuglia.homeip.net/tg/SafhfTFn.wmv ) e premi OK.
Se vuoi salvare il video sul tuo PC vai con il cursore sul link clicca con tasto destro del mouse uscira una mascherina : scegli l'opzione Salva oggetto con nome...

Comunque se ci sono problemi fammi sapere.

Piedigrotta Barese
2^ puntata
a cura di Vito Signorile
http://rtgpuglia.homeip.net/tg/jdRmmCKO.wmv

durata del video 15'33''
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pìero
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Re: Il nostro dialetto... Patrimonio inestimabile...

Messaggio da pìero »

La saggezza popolare.

Il dialetto barese è uno dei più ricchi di proverbi popolari d’Italia occupando un posto ragguardevole nella saggezza popolare. Come scrisse lo storico, demologo e dialettologo Alfredo Giovine, in uno dei suoi numerosi articoli riservati agli aforismi e modi di dire ponendo l’accento che: «Il barese (e quindi il pugliese), popolo di antica stirpe, ha avuto il suo codice etico nella sapienza popolare attraverso generazioni succedutesi dagli albori della vita dell’uomo. Sapienza che si esprime ingenuamente, con modi di dire e particolarmente con proverbi. L’esperienza dei vecchi ha insegnato ai giovani a vivere secondo saggezza, saggezza collaudata dal tempo e dagli eventi».
Ebbene, ancora oggi si sente dire dagli anziani, quando si vuole rilevare un’affermazione, si fa seguire: “Acchesì decèvene l’andìche” oppure si antepone la frase: “Dìsce u ditte”.
Dall’immenso pozzo della tradizione e per dare più risalto al nostro genuino dialetto, presento sentenze, motti, aforismi, massime che a tutt'oggi sono di grand’attualità ossia, hanno le finalità di dare maggiore spicco ed efficacia a quanto si vuole esprimere, manifestare, comunicare. I proverbi sono stati scelti per ogni categoria.

(Amicizia-Compagnia) Amecìzzie sènza malìzzie, adùre fingh’a la dì du gedìzzie (Amicizia senza malizia dura fino al giorno del giudizio). L’amicizia sincera e disinteressata dura tutta la vita.

(Amore-Gelosia) Ci te vole bbène, apprìisse vène (Chi ti vuol bene, appresso ti viene). Quando esiste vero amore non ci si abbandona per nessun motivo.

(Animali) La lacèrte disse: «Tutte u munne iè cchiàppe» (La lucertola disse: «Tutto il mondo è capestro»). Tutto è insidia nella vita.

(Casa) Mat’a cchèdda case, a ddò tràsene cheggìne, chembàre e chembarìne (Son guai per quella casa dove entrano cugini, compari e «comparini»). Quando una casa si trasforma in posto di ritrovo nascono maldicenze e liti.

(Dio) A ccì crète, DDì prevète (A chi crede, Dio provvede). In ogni circostanza, la fede propizia il bene.

(Donna) Na fèmmene, na pàbbere e nnu puèrche fàscene reveldà nu paìse (Una donna, una papera e un p***o mettono in subbuglio un paese).

(Figli) Ci non zènde la mamme e u u-attàne, n-galère v’a fernèssce (Chi non ascolta i genitori va a finire in galera).

(Mamma) Ci te vole cchiù bbène de la mamme, de paròle te nganne (Chi dice di volerti più bene della tua mamma, t’inganna).

(Marito) Quànne u marìte iè poverìidde manghe la megghière u pote vedè (Quando il marito è povero anche la moglie lo guarda di traverso).

(Matrimonio) Zìte e llutte, lasse tutte (Nozze e lutti, lascia tutto). I doveri di amicizia e di solidarietà vanno assolti a ogni costo.

(Moglie) Fèmmena maretàte nè sroche, nè canàte (Donna maritata, né suocera, né cognati). La donna maritata si tenga lontana da suocera e cognati.

(Mestieri) Le veccìire: chìine de sanghe e ssènza nudde (I beccai: sporchi di sangue e senza guadagno). L’apparenza inganna.

(Padre) Pòvere attàne ca crèssce u fìgghie (Povero padre che alleva un figlio). Il quale è sempre ingrato.

(Parenti) Na nore e ccìinde scìinere (Una nuora e cento generi). Più nuore portano discordia.

(Ricorrenza) A PPàsque e a Natàle s’arrecchèscene le fernàre. Passàte ca sò le fìiste, vonne cercànne terrìse mbrìiste (A Pasqua e a Natale si arricchiscono i fornai. Passate che son le feste, cercano denaro a prestito).

(Santi) Passàte u sande, passàte la fèste (Passato il santo, passata la festa). I rapporti fra uomini sono sempre regolati dall’interesse e dalla convenienza del momento.
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pìero
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Re: Il nostro dialetto... Patrimonio inestimabile...

Messaggio da pìero »

Posto una ricetta e una vecchia consuetudine familiare scansionati dal libro " La checìne de nononne" di Giovanni Panza edito da Schena Editore.


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Re: Il nostro dialetto... Patrimonio inestimabile...

Messaggio da elcid »

Ho trovato questo su youtube così potete ascoltare la fonetica.

Abbassc a la marina se venne u pessce e tu uaggnedda me non la ue fernessce... Da Ragu' - piece di Vito Signorile

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