APOL ha scritto: dom giu 28, 2026 10:56
Il prato del San Nicola, nel momento del passaggio delle ceneri di Igor, non era solo erba e terra. Era un palcoscenico sospeso nel tempo, dove il passato è tornato a bussare con la delicatezza di un soffio, trasformando l'aria afosa di uno stadio troppo grande in un abbraccio collettivo, stretto e malinconico.
Quando le ceneri di Igor Protti sono transitate tra quei gradoni, per chi ha i capelli d'argento e il cuore segnato da mille domeniche baresi, non è passato solo un uomo. È passato un frammento d'anima.
Per noi, Igor non era solo un calciatore. Era il volto di un Bari che sapeva ruggire, che non chiedeva permesso, che si sedeva a tavola con le grandi e spesso ne usciva a testa alta. Vedere passare quel ricordo lì, dove lo abbiamo visto volare, dove abbiamo esultato fino a perdere la voce per ogni suo gol – quei gol che erano carezze alla nostra dignità calcistica – ha fatto riemergere un dolore sordo.
È la nostalgia di un tempo in cui il Bari aveva un volto, un'identità, un orgoglio che ci apparteneva per diritto di nascita. Igor Protti era il capitano di una nave che, pur tra tempeste, aveva una rotta chiara. E oggi, guardando quel prato, il contrasto è una ferita aperta.
Il silenzio che accompagna il ricordo di Igor stride con il rumore di fondo di un presente che molti di noi non riconoscono più. Per il tifoso anziano, che ha visto il vecchio della Vittoria e poi il sogno futuristico del San Nicola, la gestione attuale targata De Laurentiis non è solo una questione di risultati sportivi o di categorie. È un’estirpazione.
Ci sentiamo spettatori di un cinema dove il film che amavamo è stato sostituito da un freddo esercizio di burocrazia aziendale. La passione è stata messa all'angolo, trattata come un accessorio superfluo, mentre il legame viscerale tra la città e la squadra è stato sfilacciato da scelte che sembrano ignorare cosa significhi, per un barese, quella maglia bianca con i bordi rossi.
Il transito di quel ricordo è stato un momento di catarsi amara. È stato come se Igor, ancora una volta, avesse voluto ricordarci chi eravamo. In quel passaggio c’era la dignità di un uomo che ha onorato la nostra terra, contrapposta a un presente che sembra voler cancellare la memoria per far posto a logiche di mercato che non parlano la nostra lingua.
Piangere Igor oggi significa piangere noi stessi, il nostro modo di essere baresi, quella domenica pomeriggio in cui lo stadio era una casa e non un ufficio. Siamo rimasti orfani non solo di un idolo, ma di un’appartenenza.
Ci resta, però, il conforto di averlo vissuto. Di aver urlato il suo nome sotto il cielo di Bari, quando ancora eravamo convinti che la nostra passione fosse il valore più prezioso, e non un ostacolo da gestire. Quel passaggio è stato l'ultimo, dolce urlo di un’epoca che non tornerà, ma che nessun burocrate potrà mai strapparci dal cuore.