L'embolo di Tamborra
Inviato: mar apr 21, 2026 7:53
Ho ascoltato più volte i commenti al termine della partita con il Venezia e lo scambio finale tra Tamborra e Siciliani
La prima per capire cosa dicevano. La seconda per capire cosa significava.
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Prima cosa: Tamborra non sta sbagliando
Tamborra che urla "sono scarsi, sono scarsi, sono scarsi" non sta facendo la stessa cosa del tifoso del bar che urla "atteggiamento sbagliato." Sta facendo qualcosa di diverso — e in un certo senso più onesto.
Non sta confondendo cause. Non sta cercando capri espiatori. Sta certificando un risultato. Trentaquattro punti dopo 35 giornate, zero tiri in porta contro il Monza, zero a tre contro il Venezia in casa. "Sono scarsi" non è una diagnosi tattica — è una valutazione di livello. Ed è corretta.
Il problema non è cosa dice Tamborra. È il modo in cui pensa che quella verità possa servire a qualcosa.
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La frattura vera: il giornalista che diventa tifoso
Tamborra per tutto il campionato ha difeso una posizione precisa e legittima: noi descriviamo i fatti, non li giudichiamo. Posizione classica del giornalismo sportivo di servizio. Rispettabile.
Ma quella posizione reggeva finché c'era ancora una distanza tra lui e l'oggetto che osservava. Sabato quella distanza è crollata. "Povero il mio Bari" — mio. Non "il Bari". Il suo Bari.
È il momento più umano, e anche il più rivelatore. Tamborra non ha perso l'equilibrio perché è diventato improvvisamente meno professionale. Lo ha perso perché era un tifoso che faceva il giornalista, e stasera il tifoso ha avuto la meglio. Succede. È umano. Anzi — è l'unica cosa autenticamente umana in tutta la serata.
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"Sono scarsi" ripetuto dieci volte: a cosa serve?
Tamborra dice una cosa precisa: lo devono sentire. Devono sapere di essere scarsi. Come se quella consapevolezza producesse un cambiamento.
Ma i giocatori lo sanno già. Mantovani lo ha detto dopo Monza con una lucidità disarmante: "se il Bari ha 34 punti e il Monza lotta per la promozione, qualche differenza c'è." Lo sanno. Il problema non è la consapevolezza del livello — è il livello stesso. E il livello non cambia perché un telecronista lo urla novantuno volte in diretta.
"Sono scarsi" ripetuto è sfogo, non programma. È legittimo come sfogo. È inutile come programma.
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C'è però una frase nella sua invettiva che va oltre la rabbia e tocca qualcosa di reale:
"questa storia è peggio del fallimento, perché lascerà una traccia ancora più profonda."
Questa è analisi, non sfogo. E ha ragione.
Un fallimento è un evento catastrofico ma leggibile — c'è un colpevole, c'è un momento zero, c'è una ricostruzione possibile. Una retrocessione per insufficienza progressiva, stagione dopo stagione di scelte sbagliate, rosa inadeguata, programmazione assente — quella lascia una cicatrice diversa. Più diffusa. Più difficile da localizzare. Più difficile da guarire.
Tamborra lo ha sentito. E lo ha detto. Tra mille parole urlate, quella frase vale.
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Cosa vede il tifoso con i capelli bianchi (quando ci sono)
Abbiamo tutti visto tante situazioni di crisi nello sport. Abbiamo visto squadre retrocedere, spogliatoi implodere, tifoserie disintegrarsi.
Il momento più pericoloso non è quando tutti urlano. È quando smettono di credere che valga la pena urlare. Tamborra è ancora nella fase dell'urlo — il che significa che c'è ancora qualcosa che brucia. Il fuoco che brucia fa male ma è vivo.
Il silenzio che viene dopo (come quello degli abitanti di Niscemi) — quello è la vera fine.
Cristian Siciliani ha risposto con la voce di chi sa che mancano ancora tre partite e che finché l'aritmetica non condanna bisogna stare in campo. È la stessa voce di Mantovani tre giorni fa. È la voce più difficile da mantenere quando tutto intorno crolla.
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Tamborra questa sera ha smesso per un momento di essere giornalista ed è diventato quello che forse è sempre stato: un tifoso del Bari con un microfono in mano.
Non è una critica. È una constatazione.
Lo sport ha questo potere crudele e meraviglioso: prima o poi toglie a tutti la maschera professionale e mostra cosa c'è sotto.
Sotto Tamborra c'è un uomo che ama visceralmente una città e una squadra (come tutti noi) e non riesce più a guardare quello che le sta succedendo senza che gli faccia male.
Non è poco. Anzi.
In un mondo di analisi fredde e commenti ridondanti, un dolore autentico è quasi una rarità.
Povero il mio Bari — quella frase, detta così, vale più di cento telecronache perfette.
La prima per capire cosa dicevano. La seconda per capire cosa significava.
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Prima cosa: Tamborra non sta sbagliando
Tamborra che urla "sono scarsi, sono scarsi, sono scarsi" non sta facendo la stessa cosa del tifoso del bar che urla "atteggiamento sbagliato." Sta facendo qualcosa di diverso — e in un certo senso più onesto.
Non sta confondendo cause. Non sta cercando capri espiatori. Sta certificando un risultato. Trentaquattro punti dopo 35 giornate, zero tiri in porta contro il Monza, zero a tre contro il Venezia in casa. "Sono scarsi" non è una diagnosi tattica — è una valutazione di livello. Ed è corretta.
Il problema non è cosa dice Tamborra. È il modo in cui pensa che quella verità possa servire a qualcosa.
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La frattura vera: il giornalista che diventa tifoso
Tamborra per tutto il campionato ha difeso una posizione precisa e legittima: noi descriviamo i fatti, non li giudichiamo. Posizione classica del giornalismo sportivo di servizio. Rispettabile.
Ma quella posizione reggeva finché c'era ancora una distanza tra lui e l'oggetto che osservava. Sabato quella distanza è crollata. "Povero il mio Bari" — mio. Non "il Bari". Il suo Bari.
È il momento più umano, e anche il più rivelatore. Tamborra non ha perso l'equilibrio perché è diventato improvvisamente meno professionale. Lo ha perso perché era un tifoso che faceva il giornalista, e stasera il tifoso ha avuto la meglio. Succede. È umano. Anzi — è l'unica cosa autenticamente umana in tutta la serata.
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"Sono scarsi" ripetuto dieci volte: a cosa serve?
Tamborra dice una cosa precisa: lo devono sentire. Devono sapere di essere scarsi. Come se quella consapevolezza producesse un cambiamento.
Ma i giocatori lo sanno già. Mantovani lo ha detto dopo Monza con una lucidità disarmante: "se il Bari ha 34 punti e il Monza lotta per la promozione, qualche differenza c'è." Lo sanno. Il problema non è la consapevolezza del livello — è il livello stesso. E il livello non cambia perché un telecronista lo urla novantuno volte in diretta.
"Sono scarsi" ripetuto è sfogo, non programma. È legittimo come sfogo. È inutile come programma.
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C'è però una frase nella sua invettiva che va oltre la rabbia e tocca qualcosa di reale:
"questa storia è peggio del fallimento, perché lascerà una traccia ancora più profonda."
Questa è analisi, non sfogo. E ha ragione.
Un fallimento è un evento catastrofico ma leggibile — c'è un colpevole, c'è un momento zero, c'è una ricostruzione possibile. Una retrocessione per insufficienza progressiva, stagione dopo stagione di scelte sbagliate, rosa inadeguata, programmazione assente — quella lascia una cicatrice diversa. Più diffusa. Più difficile da localizzare. Più difficile da guarire.
Tamborra lo ha sentito. E lo ha detto. Tra mille parole urlate, quella frase vale.
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Cosa vede il tifoso con i capelli bianchi (quando ci sono)
Abbiamo tutti visto tante situazioni di crisi nello sport. Abbiamo visto squadre retrocedere, spogliatoi implodere, tifoserie disintegrarsi.
Il momento più pericoloso non è quando tutti urlano. È quando smettono di credere che valga la pena urlare. Tamborra è ancora nella fase dell'urlo — il che significa che c'è ancora qualcosa che brucia. Il fuoco che brucia fa male ma è vivo.
Il silenzio che viene dopo (come quello degli abitanti di Niscemi) — quello è la vera fine.
Cristian Siciliani ha risposto con la voce di chi sa che mancano ancora tre partite e che finché l'aritmetica non condanna bisogna stare in campo. È la stessa voce di Mantovani tre giorni fa. È la voce più difficile da mantenere quando tutto intorno crolla.
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Tamborra questa sera ha smesso per un momento di essere giornalista ed è diventato quello che forse è sempre stato: un tifoso del Bari con un microfono in mano.
Non è una critica. È una constatazione.
Lo sport ha questo potere crudele e meraviglioso: prima o poi toglie a tutti la maschera professionale e mostra cosa c'è sotto.
Sotto Tamborra c'è un uomo che ama visceralmente una città e una squadra (come tutti noi) e non riesce più a guardare quello che le sta succedendo senza che gli faccia male.
Non è poco. Anzi.
In un mondo di analisi fredde e commenti ridondanti, un dolore autentico è quasi una rarità.
Povero il mio Bari — quella frase, detta così, vale più di cento telecronache perfette.