2016, 2018 e 2026: stavolta può andare diversamente. Ma solo se lo vogliamo.
Inviato: mar lug 07, 2026 16:33
Lasciamo perdere per un momento le perquisizioni, i bilanci in rosso, il caso Caprile, i milioni che dal Bari sono migrati verso Napoli. Di questo sappiamo già abbastanza, e i giornali ci lavoreranno per settimane.
Concentriamoci invece su una cosa che in pochi stanno ancora dicendo chiaramente: per la prima volta il Bari potrebbe uscire da questa crisi in condizioni migliori di quelle in cui ci è entrato. Non è scontato. Non è garantito. Ma è possibile. E capire perché richiede di confrontare quello che sta succedendo oggi con quello che successe qualche anno fa!.
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Il Bari fallì nel 2018 nel silenzio quasi totale. Una crisi gestita senza strumenti, senza visibilità nazionale, senza nessun sistema di controllo preventivo su chi avrebbe potuto rilevare il titolo sportivo. In quel vuoto entrò chi aveva i soldi giusti al momento giusto — non necessariamente il progetto migliore. Il risultato lo conosciamo tutti. I protagonisti di quell’estate sono il simbolo di ciò che non deve ripetersi.
Il problema non era solo l’imprenditore di turno. Era il sistema che lo aveva lasciato entrare, operare e uscire indisturbato.
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Cosa è strutturalmente diverso oggi
Primo: c'è una Procura attiva, con consulenti tecnici di alto livello, che ha già prodotto una consulenza approfondita sui bilanci. Una procedura giudiziale formale — se si arrivasse a quel punto — produce una due diligence molto più rigorosa di una trattativa privata gestita in fretta. Il curatore fallimentare ha obblighi di trasparenza che un venditore volontario non ha mai avuto. Lo abbiamo già sperimentato in passato.
Secondo: c'è un comitato di garanzia con Franco Cassano, magistrato di indiscussa credibilità, che ha accesso diretto alle informazioni sulla data room e sui potenziali acquirenti. Un profilo come il suo conosce i meccanismi di verifica che una commissione federale frettolosa potrebbe saltare. Non è una garanzia assoluta. È però un filtro che in passato non esisteva.
Terzo: la vicenda ha oggi una dimensione nazionale che allora mancava completamente. Le perquisizioni al Napoli e a Filmauro garantiscono attenzione mediatica e istituzionale che rende molto più difficile gestire la transizione nell'ombra. Chi volesse presentarsi come acquirente credibile sa che sarà osservato da molto più vicino di quanto non accadde otto anni fa.
Quarto, e forse più importante: c'è già un advisoring internazionale ingaggiato — per quanto i nomi non siano ancora pubblici. Questo significa che esiste già una rete di contatti con potenziali acquirenti seri, costruita prima della crisi giudiziaria, non nell'emergenza del fallimento.
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Il rischio che resta — ed è reale
Come ben sappiamo, una procedura giudiziale produce un bene — il titolo sportivo — che deve essere assegnato in fretta, spesso a condizioni di mercato sfavorevoli. In quel contesto, l’imprenditore di turno non è riconoscibile a prima vista. Non è l'impostore dichiarato: è l'imprenditore plausibile, con la liquidità disponibile al momento giusto, abbastanza credibile da superare i controlli minimi. E poi si rivela inadeguato una volta dentro.
Certi personaggi prosperano nell'apatia e nella fretta. Non nella pressione di una città organizzata e vigile.
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L'opportunità concreta
Il calcio meridionale sconta da sempre un deficit strutturale di attrattività per gli investitori seri. Ma una cosa è cercare acquirenti per un club in crisi silenziosa, gestita nell'ombra, con una tifoseria esausta e distratta. Altra cosa è presentare sul mercato internazionale una piazza che ha dimostrato — in queste settimane — di saper analizzare bilanci, fare pressione istituzionale, produrre una discussione pubblica di qualità, e mantenere una passione viscerale anche nel momento più buio.
Quella piazza vale. E un advisoring internazionale serio sa come raccontarla.
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Cosa serve adesso da parte nostra
Una cosa sola, difficile e necessaria: restare svegli senza diventare cinici.
Il cinismo è la trappola più pericolosa in questa fase. "Tanto finirà male come sempre" è la profezia che si auto-avvera — perché una tifoseria rassegnata abbassa la pressione e lascia spazio a chi aspetta il momento di debolezza per entrare a condizioni favorevoli per sé, non per la città.
La memoria al recente passato non deve produrre paura. Deve produrre attenzione. C'è una differenza enorme tra le due cose.
Stavolta gli strumenti ci sono. La partita è aperta.
Tocca a noi non distrarci proprio adesso.
Concentriamoci invece su una cosa che in pochi stanno ancora dicendo chiaramente: per la prima volta il Bari potrebbe uscire da questa crisi in condizioni migliori di quelle in cui ci è entrato. Non è scontato. Non è garantito. Ma è possibile. E capire perché richiede di confrontare quello che sta succedendo oggi con quello che successe qualche anno fa!.
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Il Bari fallì nel 2018 nel silenzio quasi totale. Una crisi gestita senza strumenti, senza visibilità nazionale, senza nessun sistema di controllo preventivo su chi avrebbe potuto rilevare il titolo sportivo. In quel vuoto entrò chi aveva i soldi giusti al momento giusto — non necessariamente il progetto migliore. Il risultato lo conosciamo tutti. I protagonisti di quell’estate sono il simbolo di ciò che non deve ripetersi.
Il problema non era solo l’imprenditore di turno. Era il sistema che lo aveva lasciato entrare, operare e uscire indisturbato.
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Cosa è strutturalmente diverso oggi
Primo: c'è una Procura attiva, con consulenti tecnici di alto livello, che ha già prodotto una consulenza approfondita sui bilanci. Una procedura giudiziale formale — se si arrivasse a quel punto — produce una due diligence molto più rigorosa di una trattativa privata gestita in fretta. Il curatore fallimentare ha obblighi di trasparenza che un venditore volontario non ha mai avuto. Lo abbiamo già sperimentato in passato.
Secondo: c'è un comitato di garanzia con Franco Cassano, magistrato di indiscussa credibilità, che ha accesso diretto alle informazioni sulla data room e sui potenziali acquirenti. Un profilo come il suo conosce i meccanismi di verifica che una commissione federale frettolosa potrebbe saltare. Non è una garanzia assoluta. È però un filtro che in passato non esisteva.
Terzo: la vicenda ha oggi una dimensione nazionale che allora mancava completamente. Le perquisizioni al Napoli e a Filmauro garantiscono attenzione mediatica e istituzionale che rende molto più difficile gestire la transizione nell'ombra. Chi volesse presentarsi come acquirente credibile sa che sarà osservato da molto più vicino di quanto non accadde otto anni fa.
Quarto, e forse più importante: c'è già un advisoring internazionale ingaggiato — per quanto i nomi non siano ancora pubblici. Questo significa che esiste già una rete di contatti con potenziali acquirenti seri, costruita prima della crisi giudiziaria, non nell'emergenza del fallimento.
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Il rischio che resta — ed è reale
Come ben sappiamo, una procedura giudiziale produce un bene — il titolo sportivo — che deve essere assegnato in fretta, spesso a condizioni di mercato sfavorevoli. In quel contesto, l’imprenditore di turno non è riconoscibile a prima vista. Non è l'impostore dichiarato: è l'imprenditore plausibile, con la liquidità disponibile al momento giusto, abbastanza credibile da superare i controlli minimi. E poi si rivela inadeguato una volta dentro.
Certi personaggi prosperano nell'apatia e nella fretta. Non nella pressione di una città organizzata e vigile.
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L'opportunità concreta
Il calcio meridionale sconta da sempre un deficit strutturale di attrattività per gli investitori seri. Ma una cosa è cercare acquirenti per un club in crisi silenziosa, gestita nell'ombra, con una tifoseria esausta e distratta. Altra cosa è presentare sul mercato internazionale una piazza che ha dimostrato — in queste settimane — di saper analizzare bilanci, fare pressione istituzionale, produrre una discussione pubblica di qualità, e mantenere una passione viscerale anche nel momento più buio.
Quella piazza vale. E un advisoring internazionale serio sa come raccontarla.
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Cosa serve adesso da parte nostra
Una cosa sola, difficile e necessaria: restare svegli senza diventare cinici.
Il cinismo è la trappola più pericolosa in questa fase. "Tanto finirà male come sempre" è la profezia che si auto-avvera — perché una tifoseria rassegnata abbassa la pressione e lascia spazio a chi aspetta il momento di debolezza per entrare a condizioni favorevoli per sé, non per la città.
La memoria al recente passato non deve produrre paura. Deve produrre attenzione. C'è una differenza enorme tra le due cose.
Stavolta gli strumenti ci sono. La partita è aperta.
Tocca a noi non distrarci proprio adesso.